26 marzo 2013

2×13 AudioEiaculazioni – Scrigno 3

Marlene Kuntz – Sonica
Data l’epoca storica ben lontana da peer-to-peer, torrenti e download in genere, il primo lavoro dei Marlene Kuntz (“Catartica”) è stato uno di quei dischi con cui mi sono nutrito per mesi e mesi. Complice la fissa per i Sonic Youth andare a ruota con i MK fu veramente un battito d’ali. “Catartica” si distingue dagli altri lavori della band per il suo sound maggiormente indie-noise contaminato dall’intensità interpretativa di Cristiano Godano e da testi intimisti. Tra i pezzi ti sbatto in faccia “Sonica”, una traccia di quasi 7 minuti che puo’ essere considerata il manifesto noise italiano. Quando la suonavano dal vivo la gente impazziva. Non so ora, dato che ho abbandonato la band nel ’99.

Placebo – Ask for Answears
Ho amato profondamente e amo tutt’oggi i primi 3 lavori della band inglese. 3 album ai quali ho appiccicato ricordi e stati d’animo del passato (più o meno piacevoli). “Placebo”, il debut, si contraddistingue per il suo essere “ferroso”, arrabbiato e superbamente “indie/alternative” (la geometricità della batteria vince su tutto). Tra tutti i suoi pezzoni ne scelgo uno che trafigge per la sua enorme intensità emotiva. Poche parole e gran batticuore.

Suede – So Young
Minchia gli Suede. Nella leggendaria era del brit pop/rock anni 90 che mi piace riassumere con “Roll with it vs. Country House”, gli Suede brillavano di luce propria. Della band inglese amo tutta la discografia, ma se dovessi scegliere un album opterei per lo struggente “Dog Man Star”. “So Young” appartiene al debut ed è un pezzo che più english e gaio non si può, con una chitarra affilata che non sta ferma un attimo tra arpeggi, frasi e armonizzazioni varie e le melodie di Brett Anderson che avvolgono tutto in uno stilosissimo foulard di seta a pois. Orgogliosamente Made in London, of course.

Subsonica – Aurora sogna
“Microchip Emozionale” è un album magnifico, a mio avviso il migliore del combo torinese che comunque rispetto e stimo anche se non seguo più regolarmente. Una sequenza di tracce una più riuscita dell’altra in cui drum’n’bass, elettronica e funky sposano i sempre efficaci ambienti melodici di Samuel Romano. “Aurora Sogna” è la traccia numero 4, una canzone che affronta garbatamente il tema dell’anoressia con sequenze elettroniche che spingono il pezzo alle soglie del Rock.
Fondamentale.

Verdena – Loniterp
Forse la mia band italiana preferita per tutta una serie di ragioni. Fra queste ce n’è una marchiata  “Wow”. Impazzii definitivamente per i 3 bergamaschi già con “Il Suicidio dei Samurai”, un album che tra le altre cose mi accecò per l’eccelso livello compositivo delle canzoni in esso contenute. Poi venne “Requiem”, altro discone che faceva già intuire un’aria di cambiamento. Il 2011 fu per “Wow”, una doppia release che ha sorpreso me e qualche altro migliaio di persone. Un passo decisamente in avanti per la musica italiana. “Loniterp” è un pezzo rock-andante con vaghi riferimenti emotivi ai primi U2 e con un finale a cappella a dir poco geniale. Questa è Creatività.

E per quanto attiene “Se Fossi un Alieno Vi Ammazzerei Tutti” è tutto.
Grazie a tutti quelli che hanno avuto la voglia (e la pazienza) di leggere i post pubblicati.

19 marzo 2013

2×12 Contatto Extraterrestre – Pt.2

contatto-extrterrestre-  segue -

District 9 (regia di Neill Blomkamp – USA, New Zealand, Canada, South Africa 2009)
“District 9”, oltre che essere un coinvolgente film sci-fi, è un’evidente metafora sulla xenofobia e sulla segregazione razziale. Questa volta, però, ad essere emarginati e visti come diversi non sono i neri o gli ebrei, ma i “non-umani”. La pellicola si apre già a contatto avvenuto, con gli extraterrestri (chiamati “gamberoni” perché ne ricordano visibilmente le fattezze) segregati in un enorme campo profughi nei pressi di Johannesburg.
Gli umani contestano le continue rivolte dei gamberoni che sembrano non accettare di essere segregati nella bidonville. La soluzione, per le autorità sudafricane, è un trasferimento di massa a 240 Km dalla metropoli sotto la supervisione del cinico Wikus Van De Merwe della MNU. Ma le cose per quest’ultimo subiranno una piega inaspettata e presto sarà lui ad essere il “nero/ebreo”. Da vedere per meditare, da meditare per Vedere.
Citazione: “Non sono i benvenuti, non sono ben accetti, non sono umani”.

Il Quarto Tipo (regia di Olatunde Osunsanmi – USA 2009)
Film decisamente fuori dal coro che racconta gli incontri ravvicinati del quarto tipo (leggi abduction, ovvero rapimenti alieni) in una cittadina dell’Alaska. La peculiarità del film, al confine con il mockumentary, sta nel costante parallelismo tra finzione e (finta) realtà. Le vicende che ruotano attorno alla dottoressa Abigail Tyler, presentate come realmente accadute, vengono spesso raccontate con lo schermo diviso a metà: da una parte la ricostruzione dei fatti e dall’altra le immagini di repertorio. Finte, naturalmente. Inutile dirlo che molta gente ha creduto alla veridicità della storia, un po’ come fu all’epoca per “The Blair Witch Project”, i cui produttori, prima dell’uscita, riuscirono con sapienti mosse di marketing virale a far credere ai più (boccaloni) che i nastri ritrovati fossero veri. Il risultato della dicotomia visiva è un senso di tensione che non ti molla per tutto il film.
Citazione: “Quella voce parla sumero, la lingua più antica nella storia dell’uomo”.

Attack the Block (regia di Joe Cornish – Regno Unito 2011)
Nella periferia di Londra, dopo una rapina a una povera infermiera tirocinante, una gang di giovanissimi teppistelli con felpa cappucciata assiste a un’invasione di stranissimi alieni neri con la bocca fluorescente. I baby-farabutti si trasformeranno presto negli eroi del quartiere per la battaglia contro le dentate forze extraterrestri. Quando ho iniziato a vedere questo film pensavo di trovarmi di fronte il classico B-monster-movie da dimenticare non appena visto. Forse il motivo, ammetto molto marginale, era la locandina un po’ dozzinale e banalotta. Niente di più falso: non si grida certo al filmone, ma “Attack the Block” si fa ben vedere e ha la sua buona dose di action che sa appassionare lo spettatore sin dall’inizio. Tutta la pellicola è girata per lo più all’interno di un palazzone tra corridoi, scale e appartamenti e alla fine, naturalmente, si finisce col fare il tifo per i piccoli bastardi.
Citazione: “Devo mmettere che mi sto cacando sotto, però… è una gran ficata!”.

World Invasion: Battle Los Angeles (regia di Jonathan Liebesman – USA 2011)
Un film di guerra mascherato da film di invasioni aliene. Forte della superstar Aaron Eckhart (quello che assomiglia a Jon Bon Jovi per intenderci), la pellicola narra la bellicosa aggressione degli extraterrestri (provenienti via mare) vista dalla prospettiva di un plotone di Marines. Quasi 2 ore di war action al centoxcento tra esplosioni e sparatorie varie. Nulla di che, però un bel bocconcino per chi ama il genere. Il gossip è che la società che ha curato gli effetti visivi (la Hydraulx), con gli introiti ricavati dalla pellicola ha realizzato “Skyline”, altro film sul genere che però non ho incluso tra gli eletti causa boiata (a parte la scena fichissima in cui i protagonisti, dalla terrazza di un grattacielo, guardano i mostri alieni dilaniare la città).
Citazione: “Niente promesse, spara!”.

Monsters (regia di Gareth Edwards – Regno Unito 2010)
Un raffinato film sci-fi con uno sviluppo lontano anni luce da pellicole come “World Invasion” e una suggestiva location che ambienta i fatti nella zona tra Messico e Stati Uniti. In un futuro prossimo dei microorganismi alieni si diffondono in tutta l’America centrale evolvendo in forme di vita extraterrestri e causando la quarantena di gran parte del Messico. Lungo il confine con gli States viene costruito un mastodontico muro di separazione gestito cooperativamente dall’esercito americano e messicano per contrastare l’avanzata delle tentacolate creature. Un reporter e la figlia del suo boss devono attraversare la “zona infetta”. Un lavoro che prende le distanze dal solito entertainment di opere analoghe e che sa sfruttare i suggestivi scenari grazie ad una fotografia (specie notturna) davvero efficace. Le creature, sempre sul vedo-non vedo (a parte la toccante scena finale), sono in stile “La Guerra dei Mondi”, quindi anni ’50. Centrale, nell’economia del film, è anche l’elemento storia d’amore tra i due protagonisti che fa del film un road-scifi-love movie. Unico nel genere senza dubbio.
Citazione: “Passage to America tickets / free gas mask! / only $5,000.00 / no passport / no Visa”.

The Darkest Hour (regia di Chris Gorak – USA, Russia 2011)
Due giovani imprenditori del settore informatico giungono in quel di Mosca per proporre a degli investitori quella che dovrebbe essere la propria svolta di vita professionale (un social network per viaggiatori). Dopo aver scoperto di essere stati preceduti e imbrogliati da uno svedese i due cercano di dimenticare la sòla immergendosi nei meandri della night life moscovita dove conoscono due fighe. Ma la serata riserva un piccolissimo imprevisto che però gli fa rimorchiare in modo se non altro originale le due fighe: un black out globale causato da un’invasione di alieni resi invisibili da campi di energia elettrica. E chi se lo aspettava? Forte di una location originale per un film del genere, “L’ora nera” (è il titolo italiano della pellicola), seppur non brilli per originalità o scene memorabili, è un film che funziona senza annoiare mai. Insomma: ci sta dentro.
Citazione: “Tutti parlano di invasori invisibili e di aggressive strategie di attacco”.

12 marzo 2013

2×11 Contatto Extraterrestre – Pt.1

In linea con il titolo del blog vado ora a trattare, sempre a mio umilissimo giudizio, i migliori film sulle invasioni aliene e giù di lì senza stare ad andare troppo indietro negli anni. E basta.

Independence Day (regia di Roland Emmerich – USA 1996)
Il primo film moderno (leggi blockbuster-movie) sulle invasioni aliene. Mi sa che io e Fabio lo guardammo perché in qualche modo obbligati dal fratello Chècco, che già lo aveva visto tipo una decina di volte (in 3 giorni). Una pellicola decisamente propagandistica sulla superiorità americana con tanto di Presidente degli Stati Uniti alla guida di un caccia che fa il culo ai bastardi marziani. Nonostante ciò “Independence Day” ha una sua precisa dignità nel suo essere capostipite del genere catastrofico-fantascienza-azione. Un giovane Will Smith fresco fresco di “Willy, il principe di Bel Air” sguazza felice e satollo nel ruolo di sono-un-fighissimo-pilota-d’aereo-e-salverò-il-mondo-intero-per-poi-fumarmi-un-bel-sigarone.
Insomma, un piacevolissimo film d’intrattenimento che ti fa passare due ore e passa pensando che gli americani sono i più forti di tutti. Ma con simpatia e rispetto eh.
Citazione: “Andiamo a rompere il culo a E.T.!”.

Contact (regia di Robert Zemeckis – USA 1997)
In questo caso le invasioni in senso stretto non c’entrano nulla dato che tema centrale del film è la ricerca del contatto extraterrestre da parte di una testarda ricercatrice interpretata da Jodie Foster. La scienziata, dopo svariato tempo impiegato nel convincere superiori e finanziatori che lassù qualcosa c’è, riesce nel suo intento e capta un messaggio proveniente dalla stella Vega: è il progetto per la costruzione di un apparecchio per il volo nell’iperspazio (non Made in China attenzione). Chi sarà il prescelto? Chi condurrà la navetta? Chi entrerà in contatto con “Loro”?
A parte il finale che mi ha sempre fatto cagare il film si lascia ben vedere restando in uno style tipicamente ’90 e riproponendo l’antichissima diatriba tra fede e scienza: Chi siamo? Dove andiamo? Chi ci ha mandato? Ma va?
Citazione: “Siamo soli nell’universo? Se così fosse sarebbe un grande spreco di spazio”.

Signs (regia di M. Night Shyamalan – USA, Russia 2002)
Uno tra i miei film preferiti per il suo essere squisitamente elegante e pacato. La pellicola, partendo dal noto mistero dei cerchi nel grano, narra le cronache di una invasione aliena di massa vista da un casa della Pennsylvania incorniciata da suggestivi campi di grano.
Il cast è eccezionale, con un Mel Gibson completamente immerso nel ruolo di un reverendo che ha smarrito la propria fede e un altrettanto eccezionale Joaquin Phoenix in perfetta sintonia con il collega (neanche Stanlio e Ollio erano così allineati). Il film, forte della grande abilità di Shyamalan, gioca su elementi che solo apparentemente hanno un senso marginale, ma che poi si rivelano essere di fondamentale importanza per l’intera architettura della vicenda (vedi “Il Sesto Senso”, ad esempio).
Nessuna action in “Signs”: le scene si succedono in modo assolutamente morbido e delicato, quasi a voler carezzare lo spettatore fino all’intelligentissimo finale. Classe cinematografica oggettiva.
Citazione: “Colpisci forte”.

La Guerra dei Mondi (regia di Steven Spielberg – USA 2005)
Della “Guerra dei Mondi” ne parlai brevemente nel primo cofanetto di “VideoEiaculazioni” sottolineandone la superba fotografia. Un grande Tom Cruise (m’è sempre piaciuto) per uno tra i più riusciti, accurati ed emozionanti film sul genere invasione aliena. Riporto nuovamente l’esaustivo incipit senza null’altro aggiungere: “Con infinito compiacimento l’uomo percorreva il globo in lungo e in largo, fiducioso del proprio dominio su questo mondo. Eppure, attraverso la volta dello spazio, intelletti vasti e freddi e ostili guardavano al nostro pianeta con occhi invidiosi. E lentamente e indisturbati ordivano i loro piani contro di noi”.
Citazione: “Ci bevono… e poi ci spruzzano”. 

5 marzo 2013

2×10 Voi, Fottuti Bugiardi

Altro serial altra fissa: è il turno di “Lie to me”, prodotto dal 2009 al 2011 con protagonista il grandissimo Tim Roth. Prossemica, cinesica, semiotica: è su queste discipline che fa perno “Lie to me”. La serie tv narra le indagini del Dott. Cal Lightman e del suo “Lightman Group”, una società che collabora con FBI, Polizia, Governo e privati nello smascherare criminali osservando i comportamenti del corpo durante gli interrogatori o nelle semplici visioni di video. È proprio dalle microespressioni del volto e dal linguaggio del corpo che i nostri riescono a capire quando gli interlocutori mentono o dicono la verità.
Elemento centrale del serial è Cal Lightman che non posso fare a meno di “correlare” con il Dott. House: genio, egocentrico, narcisista, cinico con le persone che non rientrano nella sua stretta cerchia di prediletti (dove spiccano la figlia Emily e la collaboratrice Gillian Foster) e con un tono di voce sempre sul sarcastico del tipo ocio-che-appena-dici-una-cazzata-ti-fotto-ma-anche-se-non-la-dici-perché-sono-più-figo-e-intelligente-di-te.
Per tutte queste caratteristiche è naturale e inevitabile l’associazione con il noto zoppo diagnosta. Anche il concetto base del serial (“truth hurts”) può esser visto come un ampliamento della Gregory House philosophy “everybody lies”. Similitudini a parte “Lie to me” è una di quelle serie episodiche da intrippamento totale dove una puntata tira l’altra se non altro per la curiosità di assistere alle gesta del sempre fuori di testa Dott. Lightman, ispirato al Dottor Paul Ekman (consulente scientifico della serie). Chiaramente per interpretare un personaggio del genere era fondamentale un attore che fosse all’altezza del complicatissimo ruolo. E in questo Tim Roth non solo ha fatto centro, ma è andato ben oltre: un attore con un magnetismo, un’intensità interpretativa e una gestualità che ne han fatto una tra le migliori maschere cinematografiche degli ultimi anni. Indimenticabile la sua performance in “Le Iene”. Anche in “Lie to me” è evidente, come per il “Dott.House”, una progressiva esasperazione del personaggio Lightman: specie nella terza stagione il suo sarcasmo, il suo individualismo e il suo particolare modo di fare aumentano in modo esponenziale tanto da catapultarlo in situazioni ai limiti della legalità.
Unica pecca del serial è che 3 stagioni sono davvero poche. Mi sa che avevano finito i soldi. Colletta?

26 febbraio 2013

2×09 Sugli Amori e Le Passioni – Pt.2

-  segue -

Nel nome del Padre (regia di Jim Sheridan – Irlanda, Gran Bretagna, 1993)
Una vera e propria opera cinematografica sull’Amore per la libertà e la dignità umana. Un cult movie che negli anni passati ho visto più volte scoprendo sempre un’emozione più forte. Uno di quei film che sanno farti venire la famosa “pelle d’oca”. La vicenda, basata su una storia realmente accaduta, è ambientata nell’Inghilterra dei primi anni ’70 e affronta il tema della guerra civile tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord. Gerry Conlon, giovane teppistello irlandese, decide con l’appoggio dei genitori di trasferirsi dalla zia di Londra per dare una raddrizzata alla propria vita. Una bomba dell’Ira, l’organizzazione clandestina irlandese per la riunificazione dell’Irlanda del Nord con l’Eire, distrugge un pub di Guilford. La polizia inglese, le cui competenze sono rafforzate dalle severe leggi antiterrorismo, brancola nel buio, ma necessita assolutamente di un colpevole, di un capro espiatorio. Facendo leva su prove inventate, vengono incolpati Gerry Conlon e 3 suoi amici, il padre di Gerry, il pacato Giuseppe Conlon e i parenti di Gerry residenti a Londra accusati di supporto ai terroristi. Nonostante le più che evidenti prove contrarie padre, figlio e amici di quest’ultimo vengono condannati a 30 di reclusione. La vita in carcere è delle più rigide, ma permette a Gerry e al padre Giuseppe di avvicinarsi l’un l’altro scoprendo aspetti del carattere mai emersi fino ad allora. Dopo 5 anni i veri colpevoli dell’attentato al pub rivelano finalmente alla polizia l’innocenza dei Conlon e la loro completa estraneità ai fatti. Una combattiva avvocatessa assume così le difese dei reclusi supportati da un’opinione pubblica convinta della loro assoluta innocenza. Nel frattempo Giuseppe muore e Gerry, rimasto da solo ma con il crescente sostegno della gente, acquista coscienza di sé ponendosi a completo servizio dell’avvocatessa per la riapertura del processo. Quest’ultima, durante le sue indagini, scopre casualmente tra le carte dell’accusa un foglio volutamente mai mostrato alla difesa contenente alcune dichiarazioni di un senza tetto che scagionano completamente i Conlon. Una storia toccante che tra realtà e finzione pone tra l’altro l’accento sul rapporto tra Giuseppe e Gerry, un rapporto da sempre difficile e tormentato che trova nella dimensione carceraria la sua assurda evoluzione. Superfluo sottolineare la magistralità di Daniel Day-Lewis (Gerry) e Pete Postlethwaite (Giuseppe), le cui capacità interpretative marcano ancor di più la di per sé già drammatica e superlativa sceneggiatura. 7 nominations all’Oscar, ma nessuna statuetta. Mah.
Citazione:Io sono un uomo libero ed esco dalla porta principale”.

Io & Marley (regia di David Frankel, – USA, 2008)
Asciughiamoci le lacrime per cambiare decisamente scenario, senza però perdere di vista i fazzoletti perché pure qui di lacrime ne verran giù a decalitri. “Io & Marley” è un film che solo apparentemente può sembrare l’ennesima pellicola con un canide come protagonista, ma che in realtà si rivela essere ben altro. La storia è semplice: una coppia di giornalisti, interpretata da Owen Wilson e Jennifer Aniston (la Rachel di “Friends”), decide di lasciare il freddo Michigan per trasferirsi in Florida. John, spaventato dalla responsabilità di un figlio, decide di prendere un cane. Ed ecco arrivare Marley, un bellissimo e vivace cucciolo di Labrador Retriever che sconvolgerà sì la fino ad allora tranquilla vita della coppia, ma che porterà loro un amore immenso. Cosa c’entra con questa puntata? C’entra che alla fine del film Marley muore (non è uno spoiler dai, non compromette mica la visione) e tu, reduce da 2 ore di film in cui impari ad amare il cane (anche se è peggio di Conan il Barbaro), piangi come un poppante di 5 anni a cui hanno distrutto tutti i giocattoli, rapito i genitori, incendiato casa e asilo, rasato i capelli a zero, comunicato che Babbo Natale non esiste e che da grande difficilmente troverà lavoro nonostante il pezzo di carta.
Citazione:Ad un cane non importa se sei ricco o povero. Dagli il tuo cuore e lui sarà tuo”.

Amici Miei (regia di Mario Monicelli – Italia, 1975)
Amici Miei Atto II (regia di Mario Monicelli – Italia, 1982)
Amici Miei Atto III (regia di Nanni Loy – Italia, 1985)
Il Perozzi, il Melandri, il Mascetti, il Sassaroli, il Necchi: 5 uomini che si rifiutano di dimenticare la propria adolescenza. L’amore per la vita e per un’amicizia/complicità che attraversa noncurante i differenti status sociali è il motore che spinge i 5 a prendersi gioco delle difficoltà che l’esistenza inesorabilmente riserva. Una trilogia (aborro il recente quarto capitolo) da prendersi in blocco, sebbene la poesia dei primi due atti sia completamente diversa rispetto al terzo, pur sempre bellissimo. Tra goliardie e risate i 5 insegnano, seppur spesso in modo esasperato, che la vita puo’ pulsare anche quando la società impone un assestamento definitivo e irretroattivo tra i meccanismi collettivi.
Il tema musicale di Carlo Rustichelli, nella sua matura amarezza, veste in modo brillante e imprescindibile l’evoluzione delle avventure dei 5 complici, che tra una battuta e una burla elaborano e propongono la filosofia che tutto passa se ci si ride sopra. Film didattico, al limite.
Citazioni:Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”; “Il bello della zingarata è proprio questo: la libertà, l’estro, il desiderio. Come l’amore. Nasce quando nasce e quando non c’è più è inutile insistere. Non c’è più”.

19 febbraio 2013

2×08 Sugli Amori e Le Passioni – Pt.1

C’è poco da premettere con un titolo del genere: per par condicio, tra uno zombie e l’altro, tratto ora uno spicchio di cinema dedicato all’Amore e alla Passione, due motori necessari per non diventare zombie. E i conti tornano.

L’Amore secondo Dan (regia di Peter Hedges – USA, 2007)
Un film profondamente intimo che parla dell’Amore, di quello intenso, rosso e avvolgente; una location e una colonna sonora che esaltano i colori e l’eleganza della pellicola; un atipico Steve Carell in un’interpretazione magistrale a cui aggiunge quella sua personalissima vena di raffinata e mai scontata ironia.
La sinossi: Dan Burns è un vedovo con 3 figlie a carico che vive una vita in bianco e nero. Un week end nella casa dei genitori a Rhode Island con tutta la sua numerosa famiglia diviene il suo giro di boa: durante una passeggiata in solitaria conosce una ragazza in una suggestiva libreria e per lui è amore chimico a prima vista. Tornato alla base, Dan diventa protagonista di una situazione-grattacapo: la ragazza della libreria è in realtà la nuova ragazza del fratello. Come comportarsi? Rinunciare alla felicità e far finta di nulla? Una tra le più poetiche e morbide commedie d’amore che abbia visto e che ogni tanto riguardo con enorme piacere per riassaporare quei piccoli ma intensi momenti che offre. Torno sulla location data la sua importanza nell’architettura del film, girato in autunno/inverno (il che è fondamentale): un’affascinante piccola località di mare del Rhode Island con il suo faro, il suo museo delle balene, il suo bowling e un’incantevole (ed enorme, aggiungerei) baita di legno vicina al mare.
Citazione: “L’amore non è un sentimento, ma una capacità”.

Warrior (regia di Gavin O’Connor – USA, 2011)
Dal titolo sembrerebbe non aver nulla a che fare con il tema della puntata. Nulla, dico nulla di più errato. Questo film parla di Amore per la propria famiglia, un Amore soffocato da storie domestiche di alcohol e poi rigenerato da passioni e forze ibernate per lungo tempo. Il cast è ai massimi livelli: Nick Nolte, Joel Edgerton e Tom Hardy, un trio che riesce ad interpretare i complessi personaggi del film in modo toccante fino ad arrivare a un finale tra i più commoventi.
Paddy Conlon (un grande Nick Notle), i cui passati problemi di alcohol hanno portato al disfacimento della propria famiglia, dopo 14 anni vede ripresentarsi il figlio minore Tommy (Tom Hardy) che gli chiede di allenarlo per “Sparta”, la più prestigiosa competizione di arti marziali miste (Mixed Martial Arts, uno sport da combatimento tra i più cattivi) che mette in palio un’ingente somma di danaro. Brendan (Joel Edgerton), il figlio maggiore di Paddy, insegna fisica al liceo e vive con moglie e figlie lontano dal padre e dal fratello. Per sopravvivere a un imminente fallimento economico Brendan, che già arrotonda con combattimenti clandestini di MMA, decide di partecipare anche lui a “Sparta” per portarsi a casa il premio finale e risollevare le sorti della propria famiglia. Il resto è solo da guardare.
Le emozioni che regala questa pellicola mi vennero presentate come “quelle di tutti i Rocky messi insieme”. Aggiungo un “più mille”, con tutto il dovuto rispetto al mitico pugile di Philadelphia che amo da sempre. Ho visto “Warrior” due volte, ma la seconda volta è stata quella che mi ha dato la “botta” maggiore a livello emotivo (il finale, ripeto, è da brividi e lacrime, tante lacrime). Filmone.
Citazione: “Muoviti o muori”.

Prima dell’Alba (regia di Richard Linklater – USA, Austria 1995)
Chi, della mia generazione, non ha amato e non si è commosso con questo film? Alcuni, probabilmente. Io faccio parte dell’altra squadra. Un film dal french touch, pur se americano, che racconta una storia d’amore tra due ragazzi in viaggio (Jesse e Celine) le cui vite si incontrano casualmente su un treno qualsiasi. Con un abilissima mossa-rimorchio improntata sul concetto “viaggio nel tempo”, Jesse convince Celine a scendere da quel convoglio per passare la notte a Vienna in attesa del treno del mattino successivo. Tra milioni e milioni di parole (non è esattamente un action movie, questo), poesie, locali intimi, luna park, strade e vicoli i due ragazzi si raccontano mettendo a nudo i propri pensieri sulla vita, sull’amore, sul passato e sul futuro. La forza del film è proprio questa: la semplicità di una storia che rende partecipe lo spettatore in quelle interminabili passeggiate per Vienna e in quei fiumi di discorsi tra due esseri umani consapevoli, con ogni probabilità, che quella sarà un’unica notte fuori dal tempo e dallo spazio. La chicca è che è stato girato un sequel, “Prima del Tramonto”, in cui i due si ritrovano in una Parigi di 9 anni dopo in cui Jesse sta presentando un suo libro autobiografico sull’incontro di due ragazzi. Per chi ha amato il primo è quasi d’obbligo guardare il secondo, anche perché rivela il “dubbio finale” di “Prima dell’Alba” (chi l’ha visto lo sa).
(lunga) Citazione:Fai un salto di dieci, vent’anni, d’accordo? Tu sei sposata e il tuo matrimonio non ha più quella stessa carica che aveva un volta, capisci? Cominci a incolpare tuo marito, cominci a pensare a tutti gli uomini che hai conosciuto nella tua vita e a che cosa ti sarebbe accaduto se ti fossi messa con uno di loro. Ci sei? Beh, io sono uno di quelli, eccomi qui. Perciò prendila come una specie di viaggio nel tempo, da allora ad adesso, per scoprire cosa ti perdi. Vedi, questo potrebbe essere un gigantesco favore, fatto sia a te sia al tuo futuro marito, per scoprire che in realtà non ti perdi niente, sono un perdente esattamente quanto lui, privo di stimoli, una palla al piede e hai fatto la scelta giusta e nei sei molto felice”.

12 febbraio 2013

2×07 Pellicola Rock – Pt.2

Tenacious D e il destino del rock (regia di Liam Lynch – USA, 2006)
Di questo capolavoro del genere già ne parlai alcune puntate fa. Non avrei mai pensato di farlo, ma mi auto-copio-incollo parzialmente. “Tenacious D in The Pick of Destiny” (è il titolo originale) narra le origini e la storia della rock band Tenacious D (realmente esistente) formata da Jack Black e Kyle Gass. Il tutto in chiave comica, naturalmente. Fa parte di quelle pellicole che rivedo abitualmente  perché nel genere è una vera e propria chicca tanto da averne un fantastico poster (autoprodotto) nella mia stanza dei giochi. Trascinanti le musiche, che con brillante ironia ripropongono standard rock in modo originale e coinvolgente, complice anche la mimica del supercollaudato Jack Black. Cinematograficamente leggendario il duello finale a colpi di rock tra i 2 Tenacious D e nientepopodimenoche il Diavolo (interpretato da un irriconoscibile ed evidentemente divertito Dave Grohl).
Citazione: “Fin dall’inizio del tempo era scritto nella roccia che un bel giorno sarebbe venuta una band. Bene, quella band è venuta e adesso è qui per venire ancora nelle vostre orecchie fighette!”.

Almost Famous (regia di Cameron Crowe – USA, 2000)
Un film intimamente romantico. Non nell’accezione più standard del termine, ma in un significato ancor più profondo: l’amore per i propri sogni. Ambientato agli inizi degli anni ’70, “Almost Famous” racconta la storia del giovanissimo William Miller, giornalista musicale che accetta di documentare il tour gli Stillwater per conto del magazine Rolling Stone. Il viaggio lo porterà a far i conti con gli aspetti della vita on the road di una rock band tra groupies, problemi relazionali, concerti, tradimenti, eccessi, camere d’albergo, amori, sogni realizzati e sogni infranti. Una bellissima storia sul lato B delle rock bands con una colonna sonora da enciclopedia del rock. Oscar 2001 per la miglior sceneggiatura originale.
Ps. Di questo non metto il trailer, ma una scena che mi ha sempre toccato.
Citazione: “E puoi dire a Rolling Stone che le mie ultime parole sono state: sono strafatto!”.

The Doors (regia di Oliver Stone – USA, 1991)
Un film mitico, per quanto mi concerne, che decretò l’inizio del mio amore per la musica dei Doors che tutt’oggi ritengo essere un colore a se stante. Ma questo non è un post sulla musica delle porte, ma sul film di Oliver Stone. Lasciando da parte la nota polemica sul fatto che Stone abbia fatto trasparire per lo più il lato “pazzo e ubriacone” di Jim Morrison, “The Doors” rimane una pellicola indubbiamente emozionante (piacciano o no i Doors). Ma vogliamo parlare di quanto Val Kilmer si sia immedesimato nel ruolo di Morrison? A volte fa paura vederlo e pensare che non sia l’originale. Sottolineo che alcune canzoni sono state ricantate da Kilmer in modo aggiungerei sbalorditivo considerando la loro natura.
Citazione: “Jim”.

Rock Of Ages (regia di Adam Shankman – USA, 2012)
Giesù Giesù, un musical. Confesso che l’unica ragione per cui ho visto “Rock of Ages” è che le musiche sono ispirate all’hair metal e all’AOR anni ’80 che io ho vissuto (il primo, non il secondo) e amato in prima persona (leggi Poison, Guns, Bon Jovi, Whitesnake, Motley Crue e bla bla). Mi incuriosiva inoltre vedere Tom Cruise nei panni di rock star anche se nei “movimenti sul palco” non è che mi abbia convinto più di tanto (dubbi, solo dubbi). Altra confessione è che in alcune parti canterecce del film ho mandato avanti tipo 4x perché non je l’ho fatta. Mi ha divertito invece ascoltare i classici hair metal riproposti dai protagonisti, specie il mash-up iniziale “Just Like Paradise/Nothin’ but a Good Time” (‘mmazza che voce ‘sta Julianne Hough). Non posso dire lo stesso per “Wanted dead or alive” e “Paradise City” cantate da Tom Cruise che non si possono proprio sentire (mò perché è Tom Cruise). Note tecniche a parte da uno che ha vissuto quel genere senza per questo mettersi la lacca o cotonarsi i capelli, il film/musical è ben fatto e molto colorato, quindi prendi atto del mio sforzo. Fra i vari cameo cito Sebastian Bach dei mitici Skid Row.
Alla fine del film mi è sorta una domanda: ma i Motley Crue? Embè? Copyright?
Citazione: “Il palco è un piedistallo. Quando sei lassù, sei intoccabile”.

Velvet Goldmine (regia di Todd Hayne – USA, Gran Bretagna 1998)
Ci sono film che apprezzi maggiormente alla seconda visione. Ci sono poi film che, sebbene ti siano piaciuti la prima volta, a riguardarli fanno un brutto effetto. “Velvet Goldmine” appartiene per me a quest’ultima categoria. Dato che erano passati anni ho deciso di “ripassarlo” proprio per inserirlo in questa puntata. L’avessi mai fatto: l’effetto è stato dei peggiori. Il film riporta la storia di Brian Slade (chiaramente ispirato a David Bowie), glam rock star anni ’60 interpretata dal comunque bravo Jonathan Rhys-Meyers. Il cast è ottimo tra un Ewan McGregor e un giovane Christian Bale, ma ho trovato la pellicola troppo “frammentaria” e “drogata”. Non in quanto a stupefacenti, ma nel senso di una continua e ipnotica ostentazione di glitter, lustrini, riflettori, eye-liner, rossetti, omosessualità-glam-style e acconciature improbabili. Troppi video clip e poco film, troppa forma e poca sostanza. Chiaro che è un mio personalissimo giudizio dato che il film, nel genere, è un vero e proprio cult (per questo l’ho inserito).
Citazione: “Un uomo non è mai se stesso quando parla in prima persona. Mettetegli una maschera e vi dirà la verità”.

5 febbraio 2013

2×06 Pellicola Rock – Pt.1

Quando il rock fa l’amore con il cinema (o viceversa) possono nascere grandi storie. Ne vado ad elencare una manciata sottolineando sin d’ora che di musical non ne troverai (a parte “Rock of Ages”, ma con le dovute spiegazioni del caso). È una cosa mia, lo ammetto: vedere dei tipi che recitano e che poi tutto a un tratto iniziano a cantare e ballare insieme a tutto il circondario…beh, non ce la faccio. Ripeto: è un mio personale gusto e rispetto comunque la forma d’arte. Ma non fa per me.
Ora, però, accendiamo l’ampli e “aggiungiamo ‘sta pagina al libro che resterà” (questa la capisce solo Enrico…resta, resta…ma che resta?).

Rock Star (regia di Stephen Herek – USA 2001)
Tutti quelli che hanno vissuto l’era metal degli anni ‘80 dovrebbero guardare questo film perché è una di quelle pellicole capaci di esaltare lo spettatore (ammesso che ami il genere). È la storia di Chris, interpretato da un bravo Mark Wahlberg capace di immergersi completamente nei panni di una metal star (non rock ma proprio metal). Chris, cantante dall’estensione vocale stupefacente, ama a tal punto gli Steel Dragon, band metal planetaria e immaginaria, da creare una tribute band che ne ripropone il repertorio in maniera maniacale e ossessiva. Un giorno Chris vede realizzare il più grande sogno che potesse immaginare: essere convocato proprio dagli Steel Dragon. Ed è così che inizia la sua ascesa al successo con tutti gli stereotipi fedeli al motto sex, drugs and rock’n’roll. Fra i componenti degli Steel Dragon, impersonati da reali musicisti metal, cito Zakk Wylde.
Gimme blood pollutiooooooooooooooooooooooooooooonnnnnnn!!!
Citazione: “La musica merita di essere presa sul serio; se non la prendi sul serio, non meriti di suonarla”.

The Rocker (regia di Peter Cattaneo – USA, Canada 2008)
Ma quanto amo questo film non lo sai. Io sì. È una commedia riuscitissima che miscela sapientemente rock e comicità facendo leva su quella faccia da schiaffi di Rainn Wilson, uno degli impiegati pazzi di “The Office” (una garanzia, quindi). Il film racconta la storia di Robert “Fish” Fishman, un batterista che negli anni ‘80 solcava i palchi con i suoi Vesuvius, nota band hair metal (da notare un difficilmente riconoscibile Bradley Cooper nel ruolo di uno dei chitarristi). Il gruppo, viste le pressioni del manager, decide di allontanare il povero Fish che non la prende proprio filosoficamente (la scena della sua reazione è da sbotto totale). Passano vent’anni, Fish ha tagliato capelli e sogni e svolge un lavoro totalmente anonimo. Ma il destino gli fa un regalo: gli A.D.D., la band pop rock di suo nipote, sono alla ricerca di un batterista e Fish, prima riluttante a causa dei suoi trascorsi, decide di intraprendere la nuova avventura musicale che lo porterà di nuovo ad incontrare i Vesuvius, ancora sulla cresta del’onda. Trama avvincente, divertentissime gag, bei pezzi pop-rock di Teddy Geiger (cito “Tomorrow Never Comes”), cast DOC e tante lezioni di rock-life da parte dello Zio Fish.
Citazione: “John Lennon si sta rigirando nella bara per nascondere l’erezione”.

School Of Rock (regia di Richard Linklater – USA 2003)
Un classico nel genere, tipo “Biancaneve e i sette nani” ma con molta più distorsione. Uno di quei film da vedere e rivedere (bellissimi anche gli extra nel dvd/bd). È la storia di Dewey Finn, musicista nullatenente con un’incondizionata devozione per il Dio Rock. Un giorno, causa equivoco telefonico e bisogno estremo di liquidità, si spaccia per il suo amico insegnante e accetta un ruolo da supplente in un’esclusiva scuola elementare. Inizialmente intenzionato a oziare tutto il giorno concedendo assoluta ricreazione, si accorge presto che molti dei suoi alunni sono promettenti musicisti frenati dalla rigide norme scolastiche. Al che il suo cervello si illumina e partorisce una singolare idea: rockkizzare quei ragazzini per partecipare a una battaglia tra rock band. L’aula diventa una straordinaria sala prove e un’esclusiva sala didattica per la comprensione e la teoria del rock, del quale il buon Dewey si autoproclama professore emerito. Tra comandamenti chiamati AC/DC, Led Zeppelin e Doors nasce “School of Rock”, la rock band dei ragazzini capeggiati dall’insegnante/cantante/chitarrista/frontman Dewey.
Solo Jack Black poteva interpretare l’eccentrico protagonista del film: un uomo con 1000 espressioni facciali e da una gestualità inconfondibile (tipo Jim Carrey ma più largo e più basso).
Chicca: “School of Rock” è uno di quei rari film in cui è possibile ascoltare una canzone degli Zeppelin, visto che la band non cede mai i diritti all’industria cinematografica. Il regista ha filmato la richiesta da parte di Jack Black davanti a 1.000 fans (documentato negli extra).
Citazione: “Esisteva una maniera per fregare il potente, si chiamava Rock n’Roll; ma indovinate? Il potente ha corrotto anche quello con una cosina chiamata MTV!”.

-  continua -

29 gennaio 2013

2×05 Voglio Uccidere Uno Zombie – Pt.2

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Rammbock: Berlin Undead (regia di Marvin Kren – Germania, Austria 2010)
Altra sorpresa (come per “La Horde”) anche se dal titolo già sapevo di trovarmi di fronte i nostri simpatici e affamati ritornanti. Il film, brevissimo, narra la vicenda di un tizio intrappolato in una palazzina causa l’invasione zombie di turno. La faccia del protagonista è una di quelle che potresti trovarti davanti girandoti quando sei in fila al supermercato (ocio). La pellicola è estremamente “tedesca”: al che ti chiederai cosa significhi e io ti risponderò “boh vedilo senza fare troppo domande inutili”.
Pure i tedeschi ci sanno fare con i cadaveri ambulanti.

28 Giorni Dopo (regia di Danny Boyle – Gran Bretagna 2002)
Il regista del cult “Trainspotting” alle prese con i nostri amici morti-ma-ancora-in-piedi. Del film è stato girato anche il sequel “28 settimane dopo” (altrettanto bello) al quale avrebbe dovuto succedere anche “28 mesi dopo” che, leggo ora, non si sa se e quando uscirà. La pellicola narra di un tizio che si risveglia da un coma dopo 28 giorni e trova ospedale e strade di Londra completamente deserti. Indovina? Sì, c’è una zombie invasion. Nel genere, “28 giorni dopo” è un cult anche se io, nonostante sia ben fatto e con un ottimo cast, non ne sono mai stato un fan accanito per non so quale cacchio di ragione. Però la classe di Boyle è più che evidente.

Dead Snow (regia di Tommy Wirkola – Norvegia 2008)
Questa, invece, è una vera cappella. Nel senso che è un filmetto così, al confine tra boiata media e mero entertainment. C’è solo un elemento peculiare che mi ha indotto ad includerlo in questa puntata: il film è ambientato in una baita immersa tra le immense nevi norvegesi dove un gruppo di baldi ragazzotti decide di passare qualche giorno in pieno relax. Niente di più errato per i nostri deficenti: presto si accorgeranno che quella zona è controllata da nazi-zombie, proprio nel senso di soldati nazisti in gran tenuta militare. Beh, vedere ritornanti nazionalsocialisti sulle nevi con litri di sangue contrastato dal bianco delle montagne è veramente uno spettacolo da non perdere.
Oppure perdilo, vedi te.

Dead Set (regia di Charlie Brooker – Gran Bretagna 2008)
Attenzione: questo non è un film, ma un mini-serial di 5 puntate creato da Charlie Brooker (che ricordo anche per lo straordinario e scioccante mini-serial “Black Mirror”). Questa volta l’invasione di massa dei morti viventi presenta un’originale particolarità, in quanto la prospettiva da cui è vista e vissuta è la casa del Grande Fratello inglese. I concorrenti di turno, ignari dell’orda famelica, si accorgeranno presto che qualcosa là fuori è radicalmente cambiato. Nessun fan per loro visto che sono tutti morti (ma ancora in movimento). Ben fatto e in perfetto english mood.

22 gennaio 2013

2×04 Voglio Uccidere Uno Zombie – Pt.1

Piacevoli credenze popolari haitiane narrano che i Bokor (sacerdoti voodoo) sarebbero in grado di indurre le persone in uno stato catatonico confondibile con la morte grazie all’utilizzo di sostanze neurotossiche di origine animale (pesce palla, suggeriscono dalla mia sempre efficiente redazione). I malcapitati, dopo la morte apparente, verrebbero in seguito riesumati dalla tomba per diventare schiavi. E a costo zero. Queste le origini storiche della figura dello zombie, entrato poi nell’immaginario collettivo grazie a cinema e letteratura di settore. Premesso ciò, veniamo a noi per arrivare al nocciolo della questione. Il folder “cinema horror” presenta varie sottocartelle: dagli slasher ai film sulle possessioni diaboliche, dai torture-porn ai monster movies etc etc etc. In questo calderone ricoprono un ruolo di primaria importanza e di grande seguito gli zombie-movies. Nel presente, allegro e coloratissimo post te ne consiglio una manciata, tanto per gradire.

Ps. Il titolo della puntata esprime una verità: sarebbe socialmente utile e individualmente liberatorio (riflettici). Sai per caso dove ne potrei trovare? Parlo di veri zombie però.
Ps2. Assenti “Shaun of the Dead” e il serial “The Walking Dead” solo perché già trattati precedentemente.

Dawn of the Dead (regia di George A.Romero – USA 1978)
Dawn of the Dead (regia di Zack Snyder – USA 2004)
In una delle prime puntate di ‘sto cacchio di blog raccontai di come la mia passione per il cinema horror nacque a casa di mio zio grazie a pellicole come “Profondo Rosso” o, appunto, “Zombie” (il titolo italiano) di Romero. Vista la mia giovane età (e l’epoca storica, ovviamente) quella storia di militari e civili barricati all’interno di un centro commerciale invaso dagli zombie (come il resto del mondo d’altronde) era al tempo stesso terrorizzante e estremamente affascinante. Storia ben scritta, action ’70 al punto giusto e cast azzeccatissimo (l’uomo di colore in un certo tipo di horror è ormai un must). Certo gli effetti speciali erano quelli che erano, ma nello style del film ci stanno tutti. Premesso che da allora George non ha più girato un bel film sugli zombie, di “Dawn of the Dead” è stato fatto uno straordinario remake nel 2004 che ho voluto assolutamente accoppiare con l’originale. Un remake assolutamente da non perdere dove il make up degli zombie è leggermente migliorato.

[REC] (regia di Jaume Balagueró, Paco Plaza – Spagna 2007)
Tecnicamente parlando “Rec” non c’entra nulla con gli zombie dato che tratta di indemoniati, ma il visual è quello, e considerato l’altissimo livello artistico del film non ho potuto fare a meno di includerlo in questo post esclusivo. “Rec”, girato in perfetto stile mockumentary, narra le cronache di una giovane reporter e del suo cameraman impegnati a girare l’operato di una squadra di pompieri chiamati ad intervenire in un vecchio condominio di Barcellona. La sorpresa, per tutti loro, sarà che la situazione che andranno a trovare presenterà un risvolto un attimino inaspettato. “Rec” è un film che adoro per il gran gusto con cui è girato e per il fatto che non molla la presa neanche per un solo secondo.
Premesso che è stato fatto un remake shot-for-shot americano che oserei definire inutile (“Quarantena”), “Rec” nasce (o diviene) quadrilogia: “Rec2” è da vedere attaccato al primo perché inizia lì dove finisce l’uno; “Rec3” è assolutamente da schivare (tipo il raccapricciante “Paranormal Activity 4” per intenderci); per “Rec4” non posso aiutarti dato che ancora non è uscito, ma visto che sarà diretto da Jaume Blagueró, co-regista del primo e del secondo capitolo, promette bene. Spero.

La Horde (regia di Enjamin Rocher, Yannick Dahan – Francia 2009)
Un bel film francese del tutto inaspettato. Quando l’ho visto, a parte il fatto che fosse un “film di paura” ignoravo del tutto la trama. Poi al primo azzannamento di carotide ho realizzato. Il soggetto, come in molte altre pellicole di qualsiasi genere, è solo un pretesto per raccontare una storia: un gruppo di poliziotti incazzati e cazzutissimi irrompe in un palazzo per dare un sacco di zaccagnate agli altrettanto incazzati e cazzutissimi cattivi di turno che però sanno difendersi più che dignitosamente. Le due fazioni si accorgeranno presto che i morti si rialzano in piedi non solo all’interno del palazzo, ma anche nel mondo esterno. La trama, ripeto, non è nulla di originale, ma ciò che rende appetitosa la pellicola è il cast (nessuno di famoso ma tutti bravi), il ritmo frenetico mai noioso e il french touch.
Pure i francesi ci sanno fare con i cadaveri ambulanti.

-  continua -